All’interno dell’ambiente, Gaia siede al tavolo e lavora artigianalmente della carta bianca impiegando la tecnica della punzonatura e operando inserimenti di materiali altrettanto semplici e fragili, come gomma e polistirolo: sta creando delle forme di vita primigenie che verranno collocate nell’ambiente circostante acquisendo il valore di un feticcio votivo e decorativo.
Il rumore ripetitivo e secco della foratura sulla carta sottolinea la ritualità dell’azione dell’artista stessa, proiettandoci in una dimensione ipnotica e polisensoriale. Cogliendo alcuni elementi simbolici piuttosto che altri, evocanti a loro volta diversi livelli di conoscenza, sarà la nostra sensibilità ad arricchire di significati la chiave di lettura dell’opera.
Gaia non soltanto è artefice di queste forme primigenie ma, al contempo, ci rivela qualcosa. La scena, infatti, è dominata dalla presenza del colore bianco: il colore della luce, dei lumi della ragione, della conoscenza. Queste forme altro non sono che viscere, l’interiorità più scura, più profonda, più intima, più ignota, che ci viene rivelata, esternata e donata sotto forma di elementi decorativi infantili e fiabeschi: siamo entrati in un ambiente-corpo.
Calandosi nel profondo del corpo umano, Gaia compie un’azione di conoscenza scientifica e biologica che le permette poi di riemergere con una diversa consapevolezza dell’individuo e della collettività: il corpo per Gaia è espressione di amore, “il corpo è il contenitore dell’amore per il contenitore stesso”.
Un esempio di tale concezione d’amore per il corpo la si ritrova nella Lolita di Nabokov:
L’unica cosa che rimprovero alla natura era di non poter rivoltare Lolita come un guanto, di non poter applicare le mie labbra voraci al suo giovane utero, al suo cuore sconosciuto, al suo fegato madreperlaceo, all’uva di mare dei polmoni, agli avvenenti reni gemelli.
Testo di Francesca Perroco di Meduna
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