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Queste tavole sono nate nel ’99, da una mia ricerca sul graffio-griffonage, ”la macchia” e una forma di espressionismo dell’inconscio, che si manifesta come graffio vero e proprio, atto abreativo di un dolore psichico.
La tecnica mi è stata suggerita dall’esperienza che ho avuto nei confronti della litografia, serigrafia e incisione, seguendo dei corsi alla ”Corte della Miniera” di Urbino. Inoltre, ho studiato la produzione di acquerellie guasce di Victor Hugo, e la sua ricerca e attenzione per i disegni infantili, e i soggetti suggeriti dalle macchie d’inchiostro sulla carta, dall’errore, da tutto ciò che è minimo, privato, infantile, grottesco, non ufficioso, non elittario.

Mi interessavano quindi, gli scarabocchi sui libri, sui banchi, nei bagni pubblici, i graffiti per strada, le sagome delle nuvole, le incisioni dei galeotti nelle prigioni dei castelliche visitavo, glosse a margine del testo autorevole (come la guerra privata che testimonia un graffito su un monumento, non che io sia pro..) le silhouettes, le ombre, le luci, la scrittura automatica, l’art brut, Basquiat, Dubuffet, Turcato, Tapies, etc..

Ho cominciato nel ‘99 a incidere dei vecchi banchi di scuola che mi procurava mia madre, presi dalla scuola dove insegnava. L’incisione è abreativa e curativa, ed è per quanto riguarda la storia dell’arte una delle tecniche più arcaiche, più primitive. Così, volevo dare forma, anche nell’atto, ad un dolore umano non giustificabile, ad un disturbo psicofisico che accompagna la vita e fa parte di essa. Questi segni sulla formica appaiono come delle ferite sul corpo, dei segni lasciati dalla crescita-dolore e continuo passaggio, sinonimo di vita e cambiamento. Segni del trascorrere del tempo, sfregio dei miserevoli sentimenti, commuovente affetto per le cose caduche.

 
     
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